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Riassunto: Francesco, in Georgia come Border Monitor dell'OSCE, aveva una settimana al mese per tornare in città dalle montagne dove lavorava e... decideva un giorno di andare a scalare il monte Kazbek, in Georgia. Dopo aver contrattato sul prezzo, reclutato ignari compagni d'avventura e viaggiato per mezza Georgia su un pulmino abusivo, i nostri sono a Kazbegi, il villaggio ai piedi del monte e pianificano la nobile impresa.
Avete perso la prima parte? Eccola.
In serata troviamo altri due complici, un border monitor della vicina base di SNO, Carrol (USA, ex USMC) e Oren, turista israeliano 23enne ex paracadutista. Sulla carta il team può funzionare. L’americano non è capace neanche di farsi lo zaino, lo prendo in giro e assaporo un ....
La guida inizia a controllare le nostre attrezzature: “vestiti OK”, l’equipaggiamento OSCE è assolutamente all’altezza. Oren invece non ha niente, lo vestiamo con l’equipaggiamento nostro in eccesso.
Primo problema. I nostri scarponi, per quanto costosi e adatti all’alta montagna, non sono fatti per i ramponi da ghiaccio, tanto meno per quelli che la guida ci ha procurato (roba sovietica anni settanta), non sono abbastanza rigidi. Ne proviamo ventiquattro paia e, alla fine, arrangiamo qualcosa.
Partiamo venerdi alle 11.15. Zaini sui 18 kg, iniziamo la salita. Passiamo la chiesa di Tsminda Sameba, guadiamo numerosi torrenti. Le prime due guide corrono come stambecchi, non si fidano delle nostre capacità e vogliono essere sicuri di arrivare al campo base prima del buio. Forse vogliono anche sfinirci, non sono convinte che il tempo tenga e preferiscono indurci alla rinuncia.
Dopo sei ore arrivamo a destinazione (il tempo previsto era di otto ore). Il campo base è la stazione meteorologica più alta della Georgia (3650 metri).
Costruzione sovietica ora abbandonata utilizzata come rifugio alpino. Attorno montagne di rifiuti, soprattutto vecchio equipaggiamento: decine di batterie stranissime, motori elettrici, antenne… boh.
Passiamo la notte ma riusciamo a dormire solo un paio d’ore. Sarà il mal di montagna?? (orrenda prospettiva che nessuno ha il coraggio di affrontare) magari solo la stanchezza per i 1850 metri di dislivello coperti, magari per tutte e due le cose.
Il sabato restiamo ad acclimatarci, tra litri e litri di the caldo, cibo fetido (provate a cucinare una pasta di marca turca, su un fornelletto da campeggio, a quella quota!!) e previsioni per l’indomani.
Arriva la terza guida. Ha soli 55 anni ma sembra ne abbia 75. Il vecchio della montagna!!! L’aspetto comunque è solido e si capisce che comanda lui. Parla solo georgiano e russo.
Sveglia alle 02.00 della domenica. Il vento all’esterno soffia fortissimo, però la guida dice che si può andare. Ci vestiamo, nello zaino solo acqua, cioccolato e mars, giaccone di piuma e attrezzatura da alpinismo/ghiaccio. Le guide indossano tute da sci russe anni settanta e occhiali da saldatore al collo.
L’atmosfera, prima di uscire, è quella in un aereo prima del lancio dei paracadutisti. Il vecchio, bastone da passeggio di legno nodoso in mano, è il primo alla porta. “Gaumarjos!” esclama (Vittoria! è il brindisi georgiano) socchiude la porta, il vento la spalanca con un botto... e lui parte.
Lenti lenti, alla luce delle torce, avanziamo su un ghiaione gigantesco in fila indiana. Lungo la via incontriamo strane presenze: una croce di metallo, resti arrugginiti di equipaggiamento per rilevazioni meteo.
A quota 3800 incontriamo il ghiacciaio. Sosta, infiliamo gli imbraghi, i guantoni, ci assicuriamo tutti in cordata, piccozze in mano. 20 minuti per assicurare i ramponi.
Avanziamo sul ghiacciaio di notte e l’esperienza è emozionante. A me , che sono un subacqueo, ricorda un po’ un’immersione notturna. Camminiamo piano, sentiamo solo i nostri respiri, come sott’acqua con le bombole, le torce illuminano solo la porzione di ghiaccio innanzi a noi... e saliamo.
A quota 4000 il ghiaccio da sporco si fa pulito, poi sempre più bianco e coperto di neve. Saltiamo uno alla volta numerosi crepacci. In lontananza si sentono dei botti spaventosi! Il ghiaccio in alcune parti della montagna si spacca e provoca come dei tuoni.
A quota 4200 raggiungiamo finalmente il plateau! Era la nostra meta minima in caso di maltempo. Stiamo girando attorno alla montagna, praticamente avevamo iniziato la salita lungo il fianco est e ora siamo quasi a ovest. Tecnicamente siamo in Russia! Naturalmente non ci sono guardie di confine qui.
Albeggia, ci aspettiamo di fare almeno una sosta ma la guida (che non ha smesso un attimo di gridare in georgiano, come se stesse incitando una muta di cani da slitta ) non ci pensa neanche.
Ha annusato che il tempo sta cambiando e vuole arrivare in cima prima della tempesta.
Usciamo dal plateau a quota 4600 e iniziamo a salire diagonalmente il versante ghiacciato di questo che è poi un vulcano spento. Pendenza sui 45 gradi.
Ho paura di non farcela per l’altitudine. Ho letto cose spaventose: gente che vomita, che ha l’edema, che muore nel sonno, che gli cade il pisello!! Consulto con trepidazione l’altimetro che mi ha regalato Barbara, 4700. Non ci credo, nessun sintomo, sto bene e mi è passato anche il mal di testa.
Certo, mi devo fermare con una certa frequenza per qualche secondo, è dura e non sono abituato ai ramponi. Continuiamo a salire e sento le gambe pesantissime.
Praticamente ora, ogni 5 passi devo fermarmi. Solo per 10 secondi ma mi devo fermare. Cinque passi e una sosta. Davanti a noi solo un muro bianco, infinito. Intanto il cielo si è coperto di nuvole e il vento è diventato fortissimo.
Le guide gridano! Il più giovane traduce: “dobbiamo arrivare in cima alla svelta, il tempo “is getting worse and worse” .
(continua)
