basecamp in Altri cambiamenti
nikink in Altri cambiamenti
basecamp in Rallysti per caso (e...
visitato *loading* volte
Riassunto: Francesco, in Georgia come Border Monitor dell'OSCE, aveva una settimana al mese per tornare in città dalle montagne dove lavorava e... decideva un giorno di occupare questo tempo per scalare il monte Kazbek, nel Caucaso. Dopo aver contrattato sul prezzo, reclutato ignari compagni d'avventura e assunto improbabili guide alpine, i nostri sono partiti alla conquista della vetta. Siamo a 4700 metri e oltre e fin qui tutto bene.
Se le avete perse, ecco la prima e la seconda parte.
Ormai non guardo neanche più l’altimetro che è andato abbondantemente fuori scala. Carrol perde i ramponi più volte e le guide glieli devono riallacciare.
Sensazione stranissima. Sto bene, sono assolutamente presente, non ho freddo (eccettuate le mani), segno che ho azzeccato l’equipaggiamento. Mi tornano in mente le notti in truna al lago Palù. Quando ci chiedevamo: ma a che serve questo addestramento invernale? Ecco, a qualcosa serve!
Non ho il fiato corto ma le gambe, semplicemente, dopo 5 o sei falcate perdono potenza e mi devo fermare.
Mi accorgo di aver mangiato solo mezzo Mars congelato (non un Mars mezzo congelato) e di non aver bevuto niente da quando siamo partiti. Chiedo acqua (dimenticata alla base, come mi capita talvolta) ma quella nelle borracce degli altri è tutta congelata. Mangio un po’ di neve.
Ancora cinque passi, poi una sosta, ancora cinque… Incredibilmente arriviamo sulla sommità, senza accorgercene!
E’ tutto bianco dappertutto. Davanti a noi solo un cono completamente ricoperto di ghiaccio con qualche roccia qua e la alto una cinquantina di metri. E’ la cima.
Il vento è insopportabile, non riusciamo a stare in piedi. Cambiamo metodo di assicurazione. La guida più giovane comincia a salire l’ultimo tratto (difficoltà 3B dicono..che sarà mai ?) Arrivato in cima assicura la corda (tutto il tiro da 50) che arriva fino alla base del cono. Ci assicuriamo tutti alla corda principale con i cordini e il nodo Prussik.
Sono il primo a salire.
So che devo dosare le energie perché è l’unica parte un po’ difficile e non ho mai scalato il ghiaccio prima. Punto un rampone, do un colpo di picozza, pianto l’altro rampone, faccio scorrere il Prussik verso l’alto.
Intanto mi accorgo che non è così semplice. Se azzecchi il colpo la piccozza penetra nel ghiaccio e tiene, se fallisci il ghiaccio solo si spacca e tu resti come un pirla con la piccozza in mano.
Mi sembra strano ma effettivamente sto salendo, gli altri aspettano alla base del cono accucciati nella neve. Quando sono bello contento della mia salita mi urlano da sotto: “hai perso un ramponeeeeee….. In realtà : “You’re loosing a crampoooooooooonnnnnnn” che fa molto più ridere.
C*zzo. Immaginate un parete liscissima di ghiaccio inclinata di circa 60 gradi. Sto fermo (congelato direi) e chiedo gentilmente alla guida: “cosa devo fare ?” Risposta: “devi continuare usando solo la picozza (una) e un rampone. “
“DEVI” (l’ha detto in inglese e in maiuscolo) raggiungere le rocce. Penso che sia impossibile, semplicemente.
Però provo, so di avere una bella forza nelle braccia e al momento non sono stanco.
Piccono come un matto e mi compiaccio. Quasi arrivo alle rocce. Tre metri, due metri, un metro.
Niente, continuo a picconare una porzione di ghiaccio che continua a spaccarsi. In quel momento mi si stacca anche l’altro rampone e cado. Cadooooooooooooo!!!!!! Carefuuuuuuuuul!!!
Il nodo Prussik scivola un po’ e poi blocca. Resto appeso come un mona (come uno stupido) con un vento che non potete capire. In compenso ho un caldo incredibile e sudo! Mi accorgo che sto stringendo la corda con tutte le mie forze... e in quella maniera non c’e’ allenamento che tenga, prima o poi molli.
Le guide urlacchiano cose incomprensibili. Poi una mi avvicina e mi dice che devo mettermi in piedi sul ghiaccio tipo corda doppia e scendere spostando il Prussik. Ringrazio mentalmente quel po’ di addestramento ricevuto al Reggimento Lagunari perché con due balzi finalmente riesco a scendere e a raggiungere i miei compagni.
Sono un po’ frastornato ma tutto è OK. Nel frattempo è iniziata una tormenta di neve e ghiaccio fortissima. La guida ritira la corda e decide di tornare indietro. In cima ci siamo, 5020 o 5046, la differenza con questo tempo non c’e’. Tanto non si vede un cavolo comunque.
Iniziamo una discesa a rotta di collo ma la nebbia, la neve, il vento… non si vede un tubo.
Tutti sono stanchi, io scendo senza ramponi ma, naturalmente, sono più lento. Perciò decidiamo di fermarci e provare a rimetterli. OK, da allora non si staccheranno più fino alla stazione meteorologica.
Le guide conoscono bene la montagna... ma come al solito, la conoscenza di un po’ di teoria della navigazione terrestre non guasta. Noi border monitor riusciamo a convincerli e imbocchiamo la strada più diretta. Sono solo le 09:30 del mattino!! Uno perde il senso del tempo in questo mare bianco.
Alle 11:30 finalmente raggiungiamo il plateau (4200) e facciamo una foto ricordo.
La guida estrae la grappa (capiamo che è finita ;-). Oren, l’israeliano esclama: “oh Jesus!” Tutti lo guardiamo con aria interrogativa... si tratta forse di una conversione indotta dall’altitudine?
Camminiamo rilassati nella tormenta fino alla stazione meteorologica che raggiungiamo alle 14:00 dopo esattamente 11 ore.
Alla stazione meteorologica finalmente mi viene fame, mi ingozzo di carne in scatola, the, miele, vodka... tutto quello che trovo. La guida si prepara per andare a fare un riposino.
Jim e Carroll cominciano a dire che hanno voglia di farsi una birra. Quando dicono così naturalmente vuol dire che ne vogliono bere almeno 6 a testa.
In poche parole vogliono scendere a valle. La guida georgiana li guarda con gli occhi fuori dalla testa. Io cerco di calmarla: “sono irlandesi, americani, cosa ci vuoi fare?” La guida anziana intanto si è rivestita, si è rimessa lo zaino e... ”Gaumarjos!” è scomparsa nella tormenta sbattendo la porta.
Alla fine ci rivestiamo, affardelliamo gli zaini e iniziamo una discesa che mi sembrerà infinita.
Dopo quattro ore di cammino, alle 20.00, raggiungiamo finalmente di nuovo Kazbegi.
In totale domenica abbiamo camminato per 15 ore, superato 1400 metri di dislivello in salita e 3200 metri in discesa.
Le guide georgiane ci hanno detto che non hanno mai incontrato prima un team come il nostro.
Quanto a me... hanno trovato il modo di prendermi un po’ in giro: “Nobody can climb the blue ice without crampons ! ..you almost did it….”
E non finisce qui: ecco la nuova avventura che sta preparando Francesco per l'estate 2008.
Riassunto: Francesco, in Georgia come Border Monitor dell'OSCE, aveva una settimana al mese per tornare in città dalle montagne dove lavorava e... decideva un giorno di andare a scalare il monte Kazbek, in Georgia. Dopo aver contrattato sul prezzo, reclutato ignari compagni d'avventura e viaggiato per mezza Georgia su un pulmino abusivo, i nostri sono a Kazbegi, il villaggio ai piedi del monte e pianificano la nobile impresa.
Avete perso la prima parte? Eccola.
In serata troviamo altri due complici, un border monitor della vicina base di SNO, Carrol (USA, ex USMC) e Oren, turista israeliano 23enne ex paracadutista. Sulla carta il team può funzionare. L’americano non è capace neanche di farsi lo zaino, lo prendo in giro e assaporo un ....
La guida inizia a controllare le nostre attrezzature: “vestiti OK”, l’equipaggiamento OSCE è assolutamente all’altezza. Oren invece non ha niente, lo vestiamo con l’equipaggiamento nostro in eccesso.
Primo problema. I nostri scarponi, per quanto costosi e adatti all’alta montagna, non sono fatti per i ramponi da ghiaccio, tanto meno per quelli che la guida ci ha procurato (roba sovietica anni settanta), non sono abbastanza rigidi. Ne proviamo ventiquattro paia e, alla fine, arrangiamo qualcosa.
Partiamo venerdi alle 11.15. Zaini sui 18 kg, iniziamo la salita. Passiamo la chiesa di Tsminda Sameba, guadiamo numerosi torrenti. Le prime due guide corrono come stambecchi, non si fidano delle nostre capacità e vogliono essere sicuri di arrivare al campo base prima del buio. Forse vogliono anche sfinirci, non sono convinte che il tempo tenga e preferiscono indurci alla rinuncia.
Dopo sei ore arrivamo a destinazione (il tempo previsto era di otto ore). Il campo base è la stazione meteorologica più alta della Georgia (3650 metri).
Costruzione sovietica ora abbandonata utilizzata come rifugio alpino. Attorno montagne di rifiuti, soprattutto vecchio equipaggiamento: decine di batterie stranissime, motori elettrici, antenne… boh.
Passiamo la notte ma riusciamo a dormire solo un paio d’ore. Sarà il mal di montagna?? (orrenda prospettiva che nessuno ha il coraggio di affrontare) magari solo la stanchezza per i 1850 metri di dislivello coperti, magari per tutte e due le cose.
Il sabato restiamo ad acclimatarci, tra litri e litri di the caldo, cibo fetido (provate a cucinare una pasta di marca turca, su un fornelletto da campeggio, a quella quota!!) e previsioni per l’indomani.
Arriva la terza guida. Ha soli 55 anni ma sembra ne abbia 75. Il vecchio della montagna!!! L’aspetto comunque è solido e si capisce che comanda lui. Parla solo georgiano e russo.
Sveglia alle 02.00 della domenica. Il vento all’esterno soffia fortissimo, però la guida dice che si può andare. Ci vestiamo, nello zaino solo acqua, cioccolato e mars, giaccone di piuma e attrezzatura da alpinismo/ghiaccio. Le guide indossano tute da sci russe anni settanta e occhiali da saldatore al collo.
L’atmosfera, prima di uscire, è quella in un aereo prima del lancio dei paracadutisti. Il vecchio, bastone da passeggio di legno nodoso in mano, è il primo alla porta. “Gaumarjos!” esclama (Vittoria! è il brindisi georgiano) socchiude la porta, il vento la spalanca con un botto... e lui parte.
Lenti lenti, alla luce delle torce, avanziamo su un ghiaione gigantesco in fila indiana. Lungo la via incontriamo strane presenze: una croce di metallo, resti arrugginiti di equipaggiamento per rilevazioni meteo.
A quota 3800 incontriamo il ghiacciaio. Sosta, infiliamo gli imbraghi, i guantoni, ci assicuriamo tutti in cordata, piccozze in mano. 20 minuti per assicurare i ramponi.
Avanziamo sul ghiacciaio di notte e l’esperienza è emozionante. A me , che sono un subacqueo, ricorda un po’ un’immersione notturna. Camminiamo piano, sentiamo solo i nostri respiri, come sott’acqua con le bombole, le torce illuminano solo la porzione di ghiaccio innanzi a noi... e saliamo.
A quota 4000 il ghiaccio da sporco si fa pulito, poi sempre più bianco e coperto di neve. Saltiamo uno alla volta numerosi crepacci. In lontananza si sentono dei botti spaventosi! Il ghiaccio in alcune parti della montagna si spacca e provoca come dei tuoni.
A quota 4200 raggiungiamo finalmente il plateau! Era la nostra meta minima in caso di maltempo. Stiamo girando attorno alla montagna, praticamente avevamo iniziato la salita lungo il fianco est e ora siamo quasi a ovest. Tecnicamente siamo in Russia! Naturalmente non ci sono guardie di confine qui.
Albeggia, ci aspettiamo di fare almeno una sosta ma la guida (che non ha smesso un attimo di gridare in georgiano, come se stesse incitando una muta di cani da slitta ) non ci pensa neanche.
Ha annusato che il tempo sta cambiando e vuole arrivare in cima prima della tempesta.
Usciamo dal plateau a quota 4600 e iniziamo a salire diagonalmente il versante ghiacciato di questo che è poi un vulcano spento. Pendenza sui 45 gradi.
Ho paura di non farcela per l’altitudine. Ho letto cose spaventose: gente che vomita, che ha l’edema, che muore nel sonno, che gli cade il pisello!! Consulto con trepidazione l’altimetro che mi ha regalato Barbara, 4700. Non ci credo, nessun sintomo, sto bene e mi è passato anche il mal di testa.
Certo, mi devo fermare con una certa frequenza per qualche secondo, è dura e non sono abituato ai ramponi. Continuiamo a salire e sento le gambe pesantissime.
Praticamente ora, ogni 5 passi devo fermarmi. Solo per 10 secondi ma mi devo fermare. Cinque passi e una sosta. Davanti a noi solo un muro bianco, infinito. Intanto il cielo si è coperto di nuvole e il vento è diventato fortissimo.
Le guide gridano! Il più giovane traduce: “dobbiamo arrivare in cima alla svelta, il tempo “is getting worse and worse” .
(continua)
ovvero
AVVENTURE DI UN TRIESTINO SARDO NEL CAUCASO
(Antefatto: il nostro amico Francesco all'epoca dei fatti narrati lavorava come Border Monitor in Georgia, per l'OSCE. Nel tempo libero andava a caccia di guai. E li trovava)
Già da qualche settimana avevo deciso di accettare la proposta di Jim, un collega border monitor irlandese. Ex sottufficiale delle forze speciali, ora capitano di fanteria 44enne. “Scaliamo il monte Kazbeg!
(5047 metri)”.
Il Kazbeg (che in georgiano si chiama Mqinvartsveri) è il monte a cui, secondo la leggenda, fu incatenato il mitico Prometeo come punizione per aver rivelato agli uomini il mistero del fuoco.
“Solo un border monitor, da quando è iniziata la missione è arrivato in cima, l’istruttore di alpinismo della missione.”
Da subito l’idea di raggiungere, senza precedenti esperienze alpinistiche ma contando solo sulle nostre capacità escursionistiche, la terza cima del Caucaso mi era sembrata abbastanza stupida da essere accolta. In realtà il presupposto è di salire lungo la via più facile. Accompagnati da una guida, l’impresa si prospetta dura, soprattutto per l’altitudine, ma tecnicamente abbordabile.
“Cosa ci serve ?” Dall’attrezzatura di emergenza della base prendiamo a prestito imbragature, ramponi, picozze da ghiaccio e un tiro di corda da 50 metri (“solo per assicurarsi”) e durante il primo week end in rotazione (turno di avvicendamento) a Tbilisi decidiamo di andare.
Martedi arriviamo all’aeroporto di TBS, caldo porco, noi con zainoni da spedizione himalayana attiriamo gli sguardi sbalorditi dei georgiani. Jim telefona alla guida che conosce: prezzo 450 USD a testa. Ci accompagnerebbero con i cavalli fino alla stazione meteorologica (3600 metri), cibo, musica e portatori tutto compreso. Rifiuto decisamente di pagare quella cifra.
Prendo in mano la situazione, telefono a un georgiano truffaldino (che millanta una nonna italiana) conosciuto in luglio con Barbara a Kazbegi (il villaggio più vicino alla nostra meta). Dopo un quarto d’ora a gesti (al telefono) realizziamo che: il tempo non è un granchè e la guida ci costa 200 USD a testa (più a portata del nostro budget).
Dico a Jim: “giovedi andiamo, vediamo di persona com’è il tempo, strapazziamo la guida e poi vediamo.”
Infatti il giovedi mattina, soliti zainoni, picozze, corda etc. Andiamo a prendere alla stazione Didube di Tbilisi la “Marshrutka” per Kazbegi.
La marshrutka NON E’, come potreste pensare, una prostituta post sovietica! E’ il principale mezzo di trasporto della Georgia. Qui nessuno va da nessuna parte senza marshrutka. Praticamente un Ford transit (minibus) scassatissimo in cui entriamo in 16!!!! Dopo quattro ore e mezzo di viaggio (costo 8 lari-4 Euro) arriviamo al villaggio. La strada ve la racconto un’altra volta... ve la lascio immaginare.
A Kazbegi (1850 m.s.l.m.) prendiamo alloggio e subito troviamo una guida, anzi TRE. Concludo per 100 USD a testa. L’idea è di partire l’indomani mattina presto, venerdi.
(Continua)
Dopo la nostra recensione di questa tenda Quechua da 3 persone, ecco la seconda parte, in cui Simone ci racconta come va un altro modello della stessa Casa: la T2 Ultralight Pro.
La tenda pesa 2 kg ed è comoda per due persone. Io sono abbastanza grosso e devo dire che non ho avuto problemi, né ho invaso lo spazio vitale del mio compagno di viaggio. Come tradizione Decathlon anche la T2 è di facile montaggio, ma non sensibilmente più facile della “sorella maggiore” T3.
Nella TGO Challenge 2007, le condizioni meteo affrontate sono state sicuramente molto difficili, per cui la T2 ha dovuto subire gli elementi assai più che la T3. Nei pressi di Whitebridge (se ben ricordo) abbiamo affrontato “la madre di tutte le tempeste”.
Risultato, la tenda si è bagnata all’inverosimile, anche parte della cabina interna, il paletto che teneva su la parte posteriore della tenda – seppur ben fissato a terra, legato ad un picchetto e assicurato con delle pietre - è caduto (e in realtà ogni volta che soffiava il vento la tenuta del picchetto era un problema) il che non ha aiutato.
Praticamente i “difetti” riscontrati sono i seguenti:
non ci sono tiranti che premettono di fissare lateralmente la tenda - per cui il vento e pioggia se investivano di lato la tenda rendevano la situazione non gradevole (le cose sono migliorate quando ci siamo fatti “handmade” due asole per lato cui fissare dei picchetti aggiuntivi)
un solo paletto posteriore non è sufficiente. Le tende degli altri partecipanti avevano sempre due paletti/picchetti con relative corde, il che aiutava molto la stabilità della tenda specie in una zona come la Scozia dove il vento “a sorpresa” e spesso da direzioni non immaginabili è una costante.
Al mio ritorno mi sono recato da Decathlon per fare apportare delle modifiche al prodotto (a mie spese), ma con mia sorpresa non è stato possibile (ho scoperto che il famoso laboratorio interno serve solo per sci e biciclette).
Indubbiamente la T2 ultralight pro ha un buon prezzo e un peso contenuto ma, se vi orientate verso questo prodotto, vi consiglio di fare alcune modifiche (almeno due asole per lato cui fissare dei picchetti e doppia corda e picchetti per fissare il paletto posteriore).
Io personalmente mi sto orientando verso la Lightent 2 della Ferrino che ha anche il grande vantaggio dell’apertura laterale, mentre il mio compare sta valutando la Spectre 2 (che ha l’indubbio vantaggio della DOPPIA apertura laterale e che abbina al peso contenuto una shape a cupola di grande comodità). Vi sapremo dire più avanti. Sicuramente i prezzi saranno diversi da quelli Decathlon .
Cose belle: prezzo e peso contenuti. Spazio adeguato per 2 persone.
Però: instabile in caso di vento, possibile condensa, abside piccola per 2 zaini
Insieme a Simone torniamo alla carica, confrontiamo due tende e facciamo dei progetti per il futuro. Che cosa romantica.
Le due tende che consideriamo qui hanno, sulla carta, tutti gli elementi per piacere agli escursionisti di livello medio-alto: leggere, compatte, piuttosto impermeabili e aerate, materiali adeguati. Entrambe hanno due teli già collegati, in modo da poterle montare in una “botta sola”. Abbiamo deciso di confrontarle partendo dall'esperienza, grazie all'ottimo Simone che ci ha dato le sue impressioni sopratutto sulla T2 (che pubblicheremo in un prossimo post).
Quechua T3 Ultralight Pro
La T3 ultralight pro è una tenda a tunnel, molto ampia e resistente, dal peso di tre Kg. Per 3 persone con relativi materassini è adeguata, l'abside ospita 3 zaini grossi senza problemi e li mantiene ragionevolmente asciutti in caso di pioggia.
In tre occupanti i problemi di condensa sono limitati, anche se il telo interno ha meno parti in rete di quante ci piacerebbero. In due la situazione è eccellente, sia come spazio a disposizione (potete tenere gli zaini all'interno) sia come condensa. Sarebbero utili almeno due o quattro tasche in più, specie se la si usa in tre, per riporre tutti gli aggeggi che si vuole avere a portata di mano.
Come ci si aspetta da un marchio mainstream come Decathlon, il montaggio è facile e veloce, una volta ripiegata nel suo sacco la tenda entra agevolmente nel fondo di uno zaino da almeno 70 lt, mentre con zaini più piccoli è meglio valutare l'ingombro con attenzione. Prima di comprarla fate la prova in negozio usando uno zaino paragonabile a quello che userete.
La T3 l'abbiamo usata nella neve, nella pioggia (tanta pioggia), montandola e smontandola tutti i giorni. Non abbiamo mai incontrato vento fortissimo, ma in condizioni di maltempo normale, la tenda ha retto bene. Pensando di dover affrontare venti forti, converrebbero un paio di tiranti in più per parte.
Nessun problema con i materiali e la loro durata.
Cose belle: prezzo contenuto, abbastanza leggera, ottima per tre persone, buoni materiali.
Però: meno rifinita di tende più costose, aerazione migliorabile, servirebbero più tiranti laterali.
Prossimamente: la recensione della Quechua T2 Ultralight Pro
(nella foto: la T3 in primo piano poco prima di essere smontata - abbiamo già tolto i picchetti)
Per Natale il nostro amico Simone ha deciso che era venuta l'ora di cambiare il suo mastodontico e benemerito zaino Tatonka e ha opportunamente istruito la fidanzata su quale dovesse essere il successore: Haute Route 75 della Ferrino. Siccome non è uno che fa le cose a metà, appena scartato il pacco, ha riempito lo zaino ed è andato a provarlo. Ecco le sue impressioni.
Il prezzo è contenuto rispetto agli zaini di pari categoria che si vedono in giro - persino Quechua-Decathlon. A vuoto il peso è di circa 1,7 kg, molto basso per uno zaino con questa capienza.
Le tasche esterne sono più piccole di quanto immaginassi e - a dispetto della fama Ferrino - le parti in plastica, a partire dalle "stanghette delle zip" (non so come definirle altrimenti) e i passanti per i tiranti sono decisamente deboli per uno zaino da trekking.
Per intenderci, una "stanghetta" della zip mi è rimasta in mano e ho preferito sostituirla con un cordino.
Per il resto è molto leggero e a pieno carico - settato per TGO 2008 - ho raggiunto 15kg e 800 gr (inclusi goretex e pantavento che solitamente indosso e non porto nello zaino, più 5 lt di H20).
(NDR: equipaggiarsi per la TGO Challenge, come per qualsiasi trekking di circa due settimane, significa portarsi sulla schiena tutto il necessario per affontare le Highlands scozzesi in autonomia. Una buona regola è di tenere nello zaino viveri e acqua per 2-3 giorni. Ovvio che il peso dello zaino a vuoto sia fondamentale, in questi casi).
Soffro un po' per la mancanza del doppio fondo. Utilissimo per separare l'equipaggiamento "notte" e la tenda dal resto del materiale e accedervi senza svuotare lo zaino... oltre che per simpatici giochi di prestigio. Ma direi che - oggettivamente - non è un must ma solo una comodità in più.
Volendo privilegiare la leggerezza - questa volta - direi che è stata quasi una scelta obbligata. Altri zaini più accessoriati erano di maggior capienza e di maggior peso.
Resto un po' timoroso per i passanti di plastica ma conto di portarmene di riserva.
Ho preso anche il "two way" che fa sia da coprizaino antipioggia che da borsa di trasporto. E' più comodo di quello che abbiamo usato sino ad ora per il trasporto in aereo degli zaini e pesa di meno.
Consiglio anche un occhiata al catalogo Katadyn - cibi disidratati - visualizzabile sul sito Ferrino, anche se mi sembrano un po' "pesanti" rispetto a quello che mi son portato sino adesso.